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L’IMPRESA DEL BENE CONTRO LA CRISI
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L’IMPRESA DEL BENE CONTRO LA CRISI

Gian Paolo Gualaccini*

La crisi dovuta alla pandemia ha sicuramente portato una crescita esponenziale della povertà e in generale delle disuguaglianze nel nostro paese: anche la situazione del mondo del lavoro è ‘esplosiva’ ha detto il Presidente del Cnel, TreuL’Italia è di fatto dentro una situazione di disastro sociale, economico ed umano. 

In questi ultimi mesi si è però evidenziato il lavoro del terzo settore, delle sue reti di solidarietà in prima linea nel rispondere a nuovi e crescenti bisogni di milioni di cittadini, comunicando, oltre alle risposte, anche speranza e fiducia. In questo quadro il Governo appena dimesso aveva risposto con misure di varia natura per oltre 110 mld di euro ma se le lunghe code di gente in fila per un pasto caldo a Milano (e non solo come ha raccontato anche questo inserto Buone Notizie) permangono, vuol dire che qualcosa non ha funzionato: vuol dire che quelle risorse sono state investite malamente perché hanno inciso molto poco mentre il numero dei bisognosi cresce ogni giorno. 

Così si è riacceso il dibattito sul ruolo del terzo settore e autorevoli personalità hanno addirittura proposto che, vista la miseria e l’incapacità dell’attuale classe politica, gli esponenti del terzo settore che da sempre si occupano di bene comune, scelgano di occuparsi direttamente di politica (quella con la P maiuscola) che è oggi debolissima. 

Ma qual è la situazione del non profit italiano che oggi appare stremato nel tentativo, di aiutare e rispondere a bisogni crescenti di tutte le categorie sociali? Stremato anche perché non considerato minimamente dalla politica e anzi sempre costretto in difesa per evitare norme e disposizioni irragionevoli e dannose puntualmente proposte dall’attuale pessima politica (vedasi quanto contenuto nell’ ultima Legge di bilancio, art. 108 e non solo): il tutto in un quadro che ha visto il Governo Conte incapace di portare a termine i decreti attuativi della Riforma del Terzo Settore iniziata nel 2016. 

Ma quel che è peggio è l’atteggiamento di diffidenza di certa parte della nostra peggiore politica: “questa disattenzione, al limite della sciatteria – scriveva Ferruccio De Bortoli su Buone Notizie del primo settembre parlando delle “false promesse all’impresa del bene” – mette in luce una quantità di pregiudizi nei confronti del privato sociale”. In fondo, siccome il principio di sussidiarietà difende il mondo del non profit dall’invadenza della politica, si finisce per affermare che l’unico soggetto titolare del bene comune è lo Stato! Certo basterebbe citare la recente sentenza (n.131 del 2020) della Corte Costituzionale che stabilisce che l’Amministrazione pubblica non è più il solo titolare del bene comune, che si realizza invece, mediante la collaborazione con i soggetti del Terzo Settore in una logica di co-progettazione e non più di appalto! 

Ma allora se questa è la situazione come procedere? Innanzitutto occorre realismo, cioè distinguere quello che si può fare subito da quello che oggi non è possibile. Per esempio, una norma politica di sussidiarietà fiscale che raddoppi il 5x1000 sarebbe possibile subito! Osservo inoltre che molti esponenti del nostro mondo, vista la debolezza dello Stato, insistono a pensare, secondo me a ragione, che occorra cambiare approccio come suggerito implicitamente dalla sentenza della Corte Costituzionale sopra citata ed esplicitamente dalla Commissione Europea (ma anche dall’OIL, dall’ OCSE, e dalle Nazioni Unite) che considera la ‘social economy’ un fattore decisivo per la ripresa economica e sta lavorando ad un ‘Action plan for Social Economy’. 

Se si leggono le sei macro-missioni e le 16 componenti funzionali del nostro PNRR (il Piano nazionale di ripresa e resilienza) si intuisce tutta la potenzialità del terzo settore in questi ambiti perché il terzo settore non riguarda solo il sociale ma “un modo di fare economia in qualunque ambito”. Andando a guardare nello specifico alcuni singoli aspetti del PNRR potrebbero essere gli enti di terzo settore i soggetti erogatori dei fondi e non le amministrazioni pubbliche: imprese sociali, fondazioni, ONG ed altri ETS sono sicuramente in grado di essere assegnatari di fondi diretti. 

Siccome il PNRR l’Italia dovrà presentarlo, se non vuole perdere 209 mld, questa è la battaglia principale da fare adesso, sperando di avere nel prossimo Governo un interlocutore più attento. Contro la crisi servono un mare di buone pratiche, che già esistono e serve il desiderio di un bene comune che non lasci indietro nessuno. Tocca a noi, prima che alla politica, fare la differenza.

* Consigliere CNEL, capo delegazione Terzo Settore – Non profit

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