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LAVORATORI CONVIVENTI: AL CNEL UN INCONTRO DI LAVORO PROMOSSO DAL CESE
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LAVORATORI CONVIVENTI: AL CNEL UN INCONTRO DI LAVORO PROMOSSO DAL CESE

Se vogliamo soddisfare la crescente domanda di lavoratori conviventi con la persona assistita, dobbiamo riconoscere i loro diritti.

L'invecchiamento demografico e i tagli alla spesa nel settore pubblico hanno determinato una carenza nell'offerta di assistenza a lungo termine. Se da un lato i lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza - i cui rapporti di lavoro spesso non sono regolamentati - hanno contribuito a ridurre la grave carenza di manodopera nel settore, dall'altro molti di essi svolgono la loro attività in condizioni di lavoro precarie, tra cui il lavoro autonomo fittizio. L'Europa orientale "esporta" verso altri paesi numerosi lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza, nonostante la riduzione del personale occupato nell'assistenza all'interno dei paesi "esportatori"; se licenziati, questi lavoratori possono ritrovarsi senza più un tetto sulla testa. 

Il tema è stato al centro di un convegno organizzato a Roma il 16 maggio, presso la sala del Parlamentino del Cnel, in occasione della tappa italiana della missione conoscitiva promossa dal CESE, Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE) su "Il futuro dei lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza in Europa", un fenomeno in forte crescita che riguarda sempre più persone in Italia come in Europa. 

La situazione dell'Italia è spesso considerata un esempio indicativo: aumenta infatti il numero di lavoratori domestici nella società italiana in rapido invecchiamento e il sistema di previdenza nazionale non è in grado di soddisfare la crescente domanda di assistenza, costringendo le famiglie ad addossarsi quasi completamente l'onere della spesa sanitaria.

Al tempo stesso, in Italia i lavoratori (italiani o stranieri che siano) condividono la sorte dei loro omologhi europei che operano in condizioni difficili, spesso sprovvisti di un status occupazionale regolare.

Malgrado la forte domanda di lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza, nel nostro Paese questo settore è ancora afflitto da numerose irregolarità, quali l'insufficiente riconoscimento dei diritti sociali e del lavoro dei prestatori di assistenza, il lavoro non dichiarato o l'inadeguata spesa pubblica. 

Dagli interventi al convegno  è emerso che in Italia, oltre la metà dei lavoratori del settore non è assunta con contratto regolare. Il 75 % circa dei lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza è costituito da donne migranti, molte delle quali arrivate in Italia dall'Europa orientale. 

Questi incontri, che rientrano tra le iniziative "Going local" del CESE, danno seguito al parere d'iniziativa del Comitato sui diritti dei lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza, adottato nel settembre 2016, che costituisce il primo documento politico a livello dell'UE ad occuparsi di questi lavoratori in Europa. Per lungo tempo, infatti, tale categoria è rimasta quasi completamente invisibile ai radar dei responsabili politici dell'Unione europea e degli Stati membri.

L'obiettivo degli incontri è di far luce sulla situazione precaria di questa categoria nei mercati del lavoro europei, ma anche sulle numerose incertezze che devono affrontare i beneficiari di cure e assistenza che spesso si affidano a reti informali o ad Internet per reperire questi lavoratori.

Gli incontri sono organizzati dal membro del CESE e relatore del parere Adam Rogalewski, il quale sostiene, a sua volta, la regolarizzazione e la professionalizzazione dei lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza e il loro inserimento nel sistema di assistenza di lunga durata, con tutti i diritti derivanti dalle pertinenti normative sul lavoro dell'UE e degli Stati membri.

L'incontro di Roma segue quelli di Berlino in marzo e di Londra nel novembre dello scorso anno. Altri due incontri sono in programma rispettivamente in Polonia e in Svezia, che figurano tra i paesi di origine e di destinazione dei lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza. 

"Il rapporto di lavoro in convivenza con la persona da accudire comporta per le lavoratrici addette una serie di criticità, prima tra tutte la difficoltà di conciliare i tempi di vita e di lavoro. Di fatto questo tipo di lavoro viene svolto quasi esclusivamente da lavoratrici immigrate, che vivono così situazioni di solitudine, lontane dai propri affetti, con difficoltà linguistiche e di inserimento nei contesti sociali", ha dichiarato la dott.ssa Luciana Mastrocola della CGIL, la prima confederazione sindacale italiana. 

In Italia numerosi lavoratori che convivono con la persona da accudire sono privi di documenti e, mentre le famiglie dell'assistito vorrebbero "metterli in regola", le autorità non sono disponibili a farlo, ha dichiarato Sara Gomez, esponente di questa categoria ed iscritta alla CGIL. Ha quindi sottolineato che i lavoratori del comparto sono fortemente isolati ma, grazie agli sforzi compiuti dalla CGIL, in molti sono ora sindacalizzati. 

In Italia la prima legge per la tutela del lavoro domestico retribuito risale al 1958 e il primo contratto collettivo speciale al 1974. Il paese, inoltre, ha ratificato la convenzione n. 189 dell'OIL sul lavoro dignitoso per le lavoratrici e i lavoratori domestici nel 2013. Nello stesso anno i sindacati e le associazioni di datori di lavoro hanno sottoscritto il contratto collettivo del lavoro domestico. 

Intervenendo all'incontro, Sabrina Marchetti, docente associata all'Università Ca' Foscari di Venezia, ha messo in evidenza la forte necessità di misure inclusive per i migranti di paesi terzi, sollecitando un "adeguamento del contratto collettivo italiano agli articoli della convenzione n. 189 dell'OIL, in particolare per quanto riguarda i diritti alla maternità e il congedo di malattia per tutti i lavoratori del settore". Ha quindi dichiarato che la situazione italiana è diversa rispetto ad altri paesi, e che né il lavoro tramite agenzia né lo status di lavoratore autonomo rappresentano una strategia adeguata per i lavoratori che convivono con la persona assistita. 

Il parere adottato dal CESE nel 2016 formula otto raccomandazioni per gli Stati membri e 12 raccomandazioni per i legislatori dell'UE allo scopo di migliorare la capacità complessiva, da parte del settore, di creare posti di lavoro di qualità e fornire un'assistenza anch'essa di qualità. Tali raccomandazioni prevedono tra l'altro l'attuazione di procedure per il riconoscimento delle qualifiche e delle competenze acquisite dai lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza, migliorando le loro modalità di distacco e inserendo la questione dei loro diritti nel semestre europeo. Tra le priorità politiche dovrebbero anche figurare una rigorosa applicazione della direttiva sui diritti delle vittime, nei casi in cui i lavoratori siano vittime di sfruttamento, e il miglioramento delle garanzie nella direttiva sulle sanzioni nei confronti dei datori di lavoro, per tutelare i diritti dei lavoratori non dichiarati. È inoltre necessario raccogliere dati adeguati sui lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza e condurre una ricerca sulle loro condizioni di vita e di lavoro. 

Dimo Barlaan, della FISH onlus (Federazione italiana per il superamento dell'handicap) ha chiesto che si prendano provvedimenti di fronte alla situazione che prevede attualmente una settimana lavorativa di 54 ore. A tale proposito propone un accordo collettivo per i lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza che contenga disposizioni in materia di lavoro a tempo parziale. 

Andrea Zini, vicepresidente di Assindatcolf, l'Associazione nazionale dei datori di lavoro domestici, e di EFFE, la Federazione europea del lavoro domestico, stima a 900 000 il numero di lavoratori impiegati legalmente in Italia, mentre 1 250 000 sarebbero in situazione irregolare. Oggi l'Istat, l'Istituto nazionale di statistica, ci dice che l'Italia è il secondo paese "più vecchio" al mondo: ciò significa che la domanda di cure e assistenza non può che aumentare, ha dichiarato Zini

"Per questo motivo siamo convinti che famiglia, lavoro ed abitazione possano essere fattori cruciali per il rilancio dell'economia italiana, ma anche europea. Perché questo possa accadere serve, però, una presa di coscienza da parte dello Stato, perché ad oggi tutto il peso, anche economico, ricade sulle famiglie datrici di lavoro. Se si potesse dedurre totalmente il costo del lavoro domestico, si creerebbe un circuito virtuoso: più posti di lavoro, meno irregolari, maggiore professionalità e benessere per le famiglie", ha affermato. 

Zini chiede la professionalizzazione del lavoro domestico di assistenza e la creazione di una banca dati europea per il settore, l'introduzione di azioni di formazione e di sistemi di certificazione e, per finire, il coordinamento della domanda e dell'offerta a livello europeo. 

Il membro del CESE Pietro Vittorio Barbieri ha sottolineato che è impossibile realizzare il passaggio dal lavoro non dichiarato a quello dichiarato senza affrontare la questione dell'insufficiente spesa pubblica nel settore. "Le famiglie sono sotto pressione; è ora che il governo si attivi maggiormente di fronte al cambiamento demografico, che costituisce una minaccia per l'Italia", ha dichiarato. 

Un altro membro del CESE, Pietro Francesco De Lotto, ha insistito sul ruolo della contrattazione collettiva bilaterale a livello nazionale e locale e sulla necessità di aumentare le detrazioni fiscali per le famiglie che assumono lavoratori conviventi prestatori di cure e assistenza. "Dobbiamo anche investire di più nella formazione per accrescere le competenze della forza lavoro esistente", ha aggiunto. 

A conclusione dell'incontro, Rogalewski ha esortato tutte le parti interessate a dare attuazione al principio 18 del pilastro europeo dei diritti sociali (l'assistenza a lungo termine) prima che sia troppo tardi. In base a tale principio "ogni persona ha diritto a servizi di assistenza a lungo termine di qualità e a prezzi accessibili".

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