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RAMPELLI: IL CNEL HA UNA FUNZIONE COSTITUZIONALE STRATEGICA
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RAMPELLI: IL CNEL HA UNA FUNZIONE COSTITUZIONALE STRATEGICA

 

Autorità, Signore e Signori!

Rivolgo un cordiale benvenuto a nome della Camera dei deputati a tutti i presenti.

Un saluto al presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, prof. Tiziano Treu, al presidente dell’Istat, Giorgio Alleva,  alla ministra della Pubblica Amministra Giulia Bongiorno e a tutti i relatori che oggi interverranno.

L’incontro di oggi, la presentazione della Relazione 2017 sulla qualità dei servizi pubblici, ci offre lo spunto per riflettere sul Cnel sia nella sua specificità rappresentativa sia nella sua preziosa funzione consultiva e legislativa.

Non voglio entrare nel merito della relazione, se non accennando dopo ad alcuni risultati che mi hanno particolarmente colpito. Lascio a voi il compito di spiegarne diffusamente il contenuto.  Voglio invece approfittare di questo incontro per  concentrarmi sul ruolo del Cnel,  che dopo aver superato il processo di demonizzazione referendaria, deve sottrarsi ora alla nuova furia ideologica che rischia di ricondurlo, come in tutte le epoche rivoluzionarie, in prossimità della ‘ghigliottina’.

L’organo che rappresentate ha nell’architettura costituzionale una funzione strategica, compito delle forze vive della Nazione, Parlamento in testa, è adoperarsi per farlo correre al passo con i tempi, migliorarne l’efficienza, consentirgli il necessario aggiornamento di prospettiva, renderlo funzionale ai bisogni della nostra comunità, fornire gli strumenti per ottenere risultati all’altezza delle delicate funzioni che esercita. Occorre a mio giudizio serietà, non propaganda, né giacobinismo.

Viviamo in un mondo dominato dall’economia e dalla finanza. Pochi grandi gruppi tecnologici, che producono beni e servizi immateriali, hanno assunto un potere enorme. In otto detengono il 50% della ricchezza del pianeta. Gruppi tecnologici che producono ricchezze enormi e distruggono posti di lavoro.

Hanno assunto il potere di controllare e orientare il mercato, di fare del mercato la guida della società.

Questo dominio del mercato ha prodotto la desertificazione sociale e culturale. La fine delle autonomie sociali, della stessa idea partecipativa dei lavoratori e degli imprenditori. È giusto che sia così? Il mercato è importante ma la società deve avere una sua autonomia e servirsi del  mercato per il suo sviluppo.

Il mercato può e deve essere sociale, così come il capitale può e deve avere essere anche nazionale ed europeo. Solo così il lavoro, tutti i lavori, assumono la funzione di soggetti attivi e partecipativi del sistema economico.

Significa piuttosto riorganizzare il sistema produttivo su basi tali da non essere sottoposti alla globalizzazione avanzante ed esserne condizionati.

Ricordo che la nostra Costituzione all’art.46 recita: “Alla fine della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende. È essenziale la ridefinizione e il rilancio delle parti sociali, tutte, nessuna esclusa.

L’articolo 99 della nostra Carta attribuisce al Cnel un doppio mandato: quello di rappresentare le categorie produttive; e quello di organo ausiliario di consulenza legislativa delle Camere e del Governo nelle materie di economia e sul lavoro; la Carta dunque conferisce al Consiglio un eccezionale peso specifico nel suo ruolo di cerniera tra la Nazione e il suo futuro e lo fa attribuendogli la facoltà, unico organo non elettivo, di presentare proposte di legge in Parlamento.

Si tratta di due aspetti di assoluta centralità soprattutto oggi in cui è evidente il pericolo di disarticolazione del rapporto tra Stato e corpi intermedi, e assistiamo, constestualmente, a una crisi della dell’istituto della legge.

Non sono stati efficaci gli appelli degli ultimi venti anni ad accelerare il processo di semplificazione legislativa e delegificazione.

La misura della qualità di un Parlamento è spesso conferita, bizzarramente, al numero delle leggi che approva. Non si lavora senza che nessuno abbia più il coraggio e l’ambizione di lavorare sul loro taglio, sui testi unici, sulla chiarezza del dettato normativo. In alcune fasi delle ultime due legislature, ci siamo trovati nel paradosso di decreti leggi autocorrettivi o non ancora convertiti, articolati di leggi con riferimenti legislativi sbagliati. Siamo appena all’esordio di questa legislatura e già abbiamo avuto modo di assistere a una polemica sulla possibile perdita  di 8000 posti di lavoro all’anno, segnalata dall’Inps, in seguito all’esame del cosiddetto decreto dignità.

La quantità delle leggi assurge e sostituisce la qualità, ci troviamo con un’iperfetazione legislativa che rimanda a decreti attuativi, che rinviano a circolari ministeriali, interpretazioni autentiche, errata corrige, ricorsi alla giustizia amministrativa,  processi, udienze su udienze, rinvii e sentenza. Intanto passano decenni e l’Italia perde posizioni nella competizione internazionale.  In questo girone dell’inferno che è la nostra burocrazia si scoraggiano gli investimenti oppure si trovano scorciatoie di comodo per aggirare le norme e alimentare la corruzione:  una patologia da cui si può guarire solo semplificando il sistema normativo e burocratico che si trova oltretutto tra l’incudine dell’Unione Europea e il martello delle  Regioni, che legiferano in assoluta autonomia tanto da mettere in discussione il principio secondo cui la legge è uguale per tutti.

La Relazione che oggi presentiamo dà un quadro statistico di questa lettura, ed evidenzia l’anomalia di amministrazioni dello Stato che giudicano e certificano se stesse, la capacità di rispondere ai cittadini e di affrontare le sfide del  digitale.

Anche perché c’è un problema di fondo che prescinde dal livello di digitalizzazione della Pa: se la banda larga non raggiunge capillarmente il Paese, se il divario digitale tra Nord e Sud d’Italia o tra aree metropolitane e Comuni nelle dorsali appenniniche è così alto abissale, allora ha poco senso investire risorse nella trasparenza dei servizi perché  il beneficio ottenuto riguarda un numero di persone che usano la rete. Paradossalmente ci troviamo nella situazione in cui la rete, strumento universale per eccellenza, si trasforma in strumento in mannaia selettiva utile a pochi: magari quelli più ricchi, più istruiti, o semplicemente più digitali.

Ricordo, a mo’ di aneddoto, il caso di un’anziana signora che andò al Comune di Venezia per chiedere informazioni su una delibera a beneficio della terza età. L’addetto allo sportello rispose: “Signora deve mandare la richiesta via email”. La vecchietta replicò: “Scusi, ma dov’è via email?”. L’appello dunque non è tanto a digitalizzare integralmente la Pa quanto a sconfiggere il divario digitale per aree geografiche, sociali, anagrafiche. Un obiettivo ambizioso, ma l’unico possibile.

Non a caso la Relazione di oggi conferma per intero queste criticità. Tutti i dati statistici raccontano che le più gravi inefficienze si hanno nelle Regioni o nelle aree in cui il tasso di emigrazione interna è più alto e maggiore è l’età media della popolazione che resta. Due dati  che corrispondono quasi sempre alle regioni più povere d’Italia. Qui, decine di milioni di italiani conoscono servizi sanitari scadenti, facendo aumentare le differenze sociali  tra chi si può curare altrove, e chi resta perché non può permetterselo. Il paradigma sanitario, il servizio universalistico per antonomasia, può essere purtroppo perfettamente applicato a tutti i servizi al cittadino: trasporti, giustizia, istruzione, impresa, ambiente. Tutte voci che, oltrepassando il mero principio produttivistico del Pil, costituiscono il nuovo parametro del benessere sociale, il Bes appunto introdotto proprio dal Cnel e dall’Istat come indicatore dello sviluppo equo e sostenibile. Ma dove non c’è equità, parità di condizioni in partenza, non può esserci sviluppo sostenibile. Finché non ci sarà davvero questa giustizia sociale che consenta a un giovane cosentino di investire in un progetto di vita nella sua città al pari di un altoatesino, la Nazione risulterà sconfitta.

Ma torniamo al Cnel e concludiamo. In una dichiarazione perigliosa: si può cambiare rotta, elaborare meglio i dati per ritracciarla, ritarare la bussola, formare bene e motivare capitano, timoniere e marinai, riparare guasti al motore e allo scafo. L’unica cosa che a nessuno può venire in mente di fare è dare alle fiamme la nave o lasciarla in balia dei marosi.

Spero davvero che il Cnel possa scrivere una nuova pagina della sua storia e che le istituzioni intendano agevolare questo processo. Per quel che è possibile il contributo mio e della Camera dei deputati ci sarà. In  nome dell’Italia. Buon lavoro e, vista la metafora marinaresca, buon vento. 

 

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