UNIVERSITÀ E CARCERE. SESSIONE MATTUTINA

05 marzo 2026

Giornata della ricerca universitaria in favore dell’art.27 della Costituzione: i primi tre panel

Si è chiusa la sessione mattutina della “Giornata nazionale della Ricerca Universitaria in favore dell’art.27 della Costituzione”, organizzata dal CNEL nell’ambito del programma Recidiva Zero. Ecco le cornici concettuali che hanno fatto da base ai tre panel della mattinata.

 

Panel 1 - Oltre la pena: l’esecuzione penale tra evoluzione normativa e ricerca giuridica

Il sistema dell'esecuzione penale italiano vive una fase di profonda trasformazione, che investe non solo i volumi dell'utenza ma la struttura stessa della risposta punitiva. I dati lo documentano con chiarezza: al 31 dicembre 1997 la popolazione in esecuzione penale contava 60.020 unità; al 31 dicembre 2024 raggiunge 154.185, con un incremento del 156%. La trasformazione più significativa riguarda però la composizione interna del sistema: nel 1997 l'82% dell'utenza era detenuta e il 18% in misure alternative; nel 2024 i detenuti scendono al 40%, mentre il restante 60% si distribuisce tra misure alternative (33%) e lavori di pubblica utilità e pene sostitutive (27%).

Tale riconfigurazione non ha tuttavia prodotto effetti deflattivi sul carcere: i detenuti aumentano da 49.155 a 61.861, in una dinamica coerente con il fenomeno del net-widening, in cui l'espansione delle misure non carcerarie accresce la capacità recettiva del sistema senza ridurre la detenzione. In questo quadro, il lavoro di pubblica utilità emerge come asse crescente della penalità contemporanea, segnando un passaggio verso un paradigma fondato su scambio tra prestazione lavorativa e libertà.

La ricerca offre indicazioni sempre più nitide circa il fatto che il carcere produca un effetto criminogeno documentato: isola l'individuo dal contesto familiare e sociale, accentua i tratti devianti attraverso la contaminazione tra detenuti e compromette il capitale sociale necessario al reinserimento. I percorsi di reinserimento, al contrario, mantengono il soggetto radicato nel territorio. Tuttavia, l’accesso a tali misure non è equamente distribuito. La ricerca empirica evidenzia un significativo selection effect: condizioni abitative, origine etnica e fragilità psicologica influenzano in misura determinante la possibilità di accedere alle misure esterne, generando disuguaglianze nel trattamento penale che si sommano alle vulnerabilità preesistenti della popolazione detenuta.

In questo quadro, la ricerca giuridica ed empirica svolge un ruolo chiave nello studio sull'efficacia comparata delle misure alternative rispetto alla detenzione per permettere loro di esprimere appieno il proprio potenziale come leva per attivare un più ampio sostegno sociale e riabilitativo e per comprendere come trattare equamente l’eterogeneità delle caratteristiche dei beneficiari delle misure.

 

Panel 2 - Marginalità e devianza: dinamiche sociali e comportamenti individuali

Sono stati approfonditi due concetti chiave nello studio sociologico delle dinamiche sociali e dei comportamenti individuali. La marginalità si riferisce alla condizione di individui o gruppi posti ai confini della società, spesso privi di un pieno accesso alle risorse, alle opportunità e al riconoscimento sociale. Può essere di carattere economico, culturale o relazionale e nasce da processi di esclusione sociale, diseguaglianze economiche o discriminazioni. La devianza indica, invece, comportamenti o atteggiamenti che si discostano dalle norme sociali o giuridiche. Può manifestarsi come devianza primaria, in atti isolati, o secondaria, quando il soggetto assume un’identità deviante. La percezione della devianza è fortemente influenzata dai contesti culturali.

Molti studi sociologici evidenziano come la marginalità possa costituire un terreno fertile per la devianza, poiché l'esclusione sociale può indurre risposte di rifiuto delle norme. Quando a questo si aggiunge l'assenza di politiche di sostegno adeguate, i fattori criminogeni si moltiplicano: la marginalità sociale alimenta la devianza, e la devianza può condurre progressivamente all'ingresso nel circuito criminale. I dati del Ministero della Giustizia offrono una conferma empirica di questo percorso: nel 2022 la quota più ampia di detenuti possedeva come titolo massimo la licenza media (16.800 unità), mentre i laureati erano appena 597 e gli analfabeti 845. Sul piano della nazionalità, i detenuti stranieri ammontavano a 18.044 nel 2023, circa il 30% della popolazione carceraria, a fronte di una presenza nella popolazione generale stimata intorno al 9%.

Non tutti i soggetti marginali diventano devianti, e non tutti i devianti provengono da contesti marginali. Tuttavia, marginalità e devianza sono fortemente interconnesse e rappresentano strumenti di analisi fondamentali per comprendere le tensioni e le disuguaglianze presenti nelle società contemporanee e per orientare politiche di prevenzione e reinserimento più efficaci.

 

Panel 3 - Storia, cultura e reinserimento sociale

Il sistema detentivo italiano ha oscillato tra la funzione di custodia e quella rieducativa, senza mai risolvere in modo stabile la tensione tra le due. Il dettato dell'art. 27 della Costituzione, che subordina la pena alla finalità rieducativa, ha orientato in senso progressivo la legislazione penitenziaria, eppure la concreta attuazione di percorsi di reinserimento continua a confrontarsi con vincoli strutturali, culturali e di risorse.

Il panel ha affrontato questa tensione con focalizzazione particolare sul ruolo che le attività culturali svolgono all'interno degli istituti penitenziari italiani. La letteratura internazionale ha elaborato il concetto di desistenza per descrivere come i programmi artistici (teatro, musica, scrittura creativa) non producano in modo diretto l'abbandono del comportamento criminale, ma creino le condizioni soggettive che lo rendono possibile: modifiche nella percezione di sé, rafforzamento della capacità di apprendimento, sviluppo di abilità relazionali e costruzione di reti positive di supporto sociale. A questi effetti si aggiunge una dimensione che la ricerca internazionale documenta con crescente solidità: il contributo delle attività culturali al benessere psicofisico dei detenuti (well-being). Tali benefici assumono maggior rilievo alla luce del fatto che la popolazione detenuta presenta tassi di disagio psicologico sistematicamente superiori a quelli della popolazione generale.

Il panel si è posto l’obiettivo di fornire un contributo di analisi e confronto sulla funzione dell’attività culturale, esplorando il suo ruolo offrendo un mezzo per esprimere emozioni, elaborare traumi e sviluppare competenze personali che possono facilitare il reinserimento nella società.


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