La Giornata del CNEL in favore dell’art.27 della Costituzione
Spazi per l’inclusione, salute e benessere in carcere, analisi dei dati in materia di giustizia e recidiva. Questi i temi dei tre panel di lavoro della sessione pomeridiana della “Giornata nazionale della Ricerca Universitaria in favore dell’art.27 della Costituzione”, organizzata oggi a Villa Lubin. Un’iniziativa che il CNEL ha ideato nel contesto del programma Recidiva Zero. Di seguito le cornici concettuali dei tre panel.
Panel 4 - Progettare gli spazi per l’inclusione
L’architettura penitenziaria non è un semplice contenitore funzionale, ma una componente attiva dell’esecuzione penale. Gli spazi in cui si vive, si studia, si lavora o si trascorre il tempo libero modellano comportamenti, relazioni e possibilità. Per questo, parlare di qualità dello spazio significa parlare di dignità, di opportunità e, in ultima istanza, di rieducazione. Oggi il sistema penitenziario italiano vive una pressione strutturale che non può essere considerata transitoria. Al 31 gennaio 2026 le persone detenute risultano 63.734 a fronte di una capienza regolamentare di 51.271, un rapporto che porta l’affollamento formale intorno al 124%. In un contesto così congestionato, ogni attività – inclusa quella universitaria – si misura dentro vincoli logistici, tecnologici e spaziali che spesso impediscono continuità e qualità.
A questa pressione si somma un patrimonio edilizio datato. Circa un terzo degli istituti italiani risale a prima degli anni ’50, con strutture nate quando la funzione della pena era principalmente custodiale e non trattamentale. Molti complessi ottocenteschi o dei primi del Novecento conservano ancora impianti panottici o radiali: una logica architettonica nata per il controllo totale, difficilmente compatibile con percorsi personalizzati, attività didattiche regolari e uso di spazi comuni. Anche gli istituti costruiti negli anni ’70-’80, pur più moderni, presentano rigidità distributive e spazi comuni insufficienti rispetto agli standard contemporanei.
Definire uno spazio degno di una vita ristretta sembra quasi un ossimoro, ma diventa possibile se si guarda all'architettura come laica responsabilità e si pensa al carcere come architettura civile, al pari degli ospedali, delle scuole, delle università. Lo spazio circoscritto del carcere diviene mondo proprio perché circoscritto: è una sommatoria di spazi che assolvono ruoli innumerevoli (dell'intimità e del lavoro, dello studio e degli affetti) e tutto questo accade nello stesso luogo perimetrato. Dove non c'è attenzione agli spazi della pena non c'è attenzione alla dignità del detenuto, né alla possibilità del suo reinserimento sociale.
Appare più che mai urgente una riforma della cultura sociale della pena, che metta in evidenza i molteplici problemi strutturali degli istituti penitenziari italiani: dalla loro localizzazione, alla complessità progettuale degli spazi carcerari; dalla difficoltà nella gestione delle relazioni e interazioni tra le persone che vivono il carcere (tra detenuti, tra detenuti e poliziotti, tra detenuti e operatori), alla più generale rigidità delle strutture che racchiudono e ospitano questo mondo. Lo spazio non è un lusso ma una condizione abilitante. Una sezione studi dedicata, un’aula aperta con regolarità, una biblioteca vissuta, un ambiente digitale controllato: tutti questi elementi contribuiscono a costruire quella “libertà controllata” che rende la pena occasione di crescita e non solo di sofferenza aggiuntiva. L’architettura, intesa come responsabilità civile, può trasformare il carcere da mera struttura di contenimento a luogo capace di generare autodeterminazione e dignità.
Panel 5 - Salute e benessere in carcere
La popolazione detenuta in Italia presenta un quadro sanitario significativamente più critico rispetto alla popolazione generale, con un’alta concentrazione di fragilità psichiche, dipendenze e patologie croniche.
Il fenomeno più allarmante è rappresentato dai suicidi in carcere. Negli ultimi anni il numero annuale si è collocato tra 70 e oltre 80 casi, con il 2024 tra gli anni con il dato più elevato (oltre 80 suicidi) secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Garante nazionale. Il tasso di suicidio in carcere è molte volte superiore rispetto alla popolazione generale: in alcune rilevazioni è risultato fino a 15-20 volte più alto. Il suicidio rappresenta una delle principali cause di morte in detenzione. La prevalenza dei disturbi psichiatrici è molto elevata:
• circa 10–15% dei detenuti presenta diagnosi psichiatriche gravi;
• una quota ancora più ampia assume psicofarmaci o manifesta sintomi di depressione, disturbi d’ansia, disturbi di personalità o disagio psichico significativo.
La detenzione, soprattutto nei primi mesi, costituisce un fattore di aggravamento della vulnerabilità psicologica.
La dipendenza da sostanze rappresenta, invece, una delle principali condizioni presenti all’ingresso in carcere. Circa il 30% delle persone detenute in Italia è riconosciuto come tossicodipendente. La quota è ancora più alta tra chi fa ingresso in carcere, dove le persone con problemi di dipendenza rappresentano oltre un terzo dei nuovi entrati. Una percentuale rilevante della popolazione detenuta ha anche una storia di uso problematico di sostanze stupefacenti o alcol associata a comorbilità psichiatrica. Oltre alla salute mentale, molte persone detenute convivono con condizioni croniche o complesse quali patologie infettive, diabete, obesità o tumori, che richiedono gestione medica continua. Rapporti osservativi segnalano un aumento di queste patologie nel tempo, collegato anche al sovraffollamento e alle difficoltà di accesso a cure adeguate. La tutela della salute in ambito penitenziario rappresenta dunque non solo una questione sanitaria, ma un indicatore della qualità complessiva del sistema penale e del rispetto dei principi costituzionali.
Panel 6 – L’analisi dei dati: giustizia, comportamenti e recidiva
La recidiva rappresenta uno degli indicatori più discussi nell'ambito della ricerca scientifica sui provvedimenti detentivi e rieducativi dell’Autorità giudiziaria. In termini generali, si definisce recidiva la ripetizione da parte dell'individuo di un comportamento criminale nel tempo successivo all'applicazione di una sanzione da parte del sistema penale. La sua misurazione, tuttavia, non è un'operazione neutrale: la comparabilità tra studi diversi è possibile solo quando siano omogenee tre dimensioni di analisi: l campione di osservazione, gli eventi indicatore e l'orizzonte temporale di rilevazione Differenze su tali piani producono stime significativamente divergenti.
Per comprendere il fenomeno, la letteratura specialistica ha elaborato una distinzione fondamentale tra fattori di rischio statici, per loro natura non modificabili attraverso interventi trattamentali, e fattori dinamici, che variano nel tempo e possono essere bersaglio di attività rieducative: la condizione occupazionale, abitativa e di salute mentale dell'individuo.
Il panel affronta questo tema con un’analisi della misurazione del tasso di recidiva e dei fattori dinamici, che richiedono dati longitudinali e metodologie appropriate. Entrambi, infatti, rappresentano ancora una lacuna significativa nel sistema italiano. Ulteriori sforzi sono necessari per standardizzare la presentazione dei dati, in riferimento alla raccolta delle informazioni in maniera consistente, accurata e tempestiva, all'analisi che tenga conto della specifica composizione della popolazione detenuta e infine alla disseminazione dei risultati, condizione indispensabile per fondare su basi empiriche solide le politiche di esecuzione penale.
Cliccare qui per i materiali del progetto 'Recidiva Zero' del CNEL
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