Le principali evidenze
Pubblicato dal CNEL il Rapporto annuale sulla produttività 2025, frutto del lavoro svolto dal Comitato Nazionale Produttività, istituito presso il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Tra il 2022 e il 2024 l’Italia ha registrato risultati positivi su crescita economica, occupazione ed export, in particolare se rapportati al complicato contesto internazionale e alla performance di altri paesi europei. Il Rapporto viene presentato oggi alle 16.00 presso la Plenaria Marco Biagi del CNEL (Cliccare qui per il programma e per il Save The Date).
Eppure, le dinamiche della produttività non sembrano riflettere l’andamento delle grandezze macroeconomiche. Questa apparente contraddizione si può spiegare con l’interazione tra alcune caratteristiche strutturali della nostra economia (forza lavoro poco qualificata e in rapido invecchiamento e ampia presenza di imprese di piccola dimensione) e lo shock dei prezzi del 2022-23, che ha ridotto i salari reali e ha incentivato l’investimento delle imprese nel fattore lavoro, a discapito del capitale.
Se nel breve periodo il sistema Paese riesce a far fronte alla difficile congiuntura globale, nel medio periodo c’è il rischio di un circolo vizioso: salari bassi scoraggiano gli investimenti in ICT e in capitale intangibile, riducono la domanda di competenze da parte delle imprese e le risorse destinate alla formazione del capitale umano, contribuendo così al perdurare della stagnazione di produttività e salari. Il Rapporto evidenzia una serie di raccomandazioni di policy, indicando un percorso volto a mettere al centro competenze, innovazione e dimensione d’impresa.
Di seguito le principali evidenze
IL PRIMO RAPPORTO ANNUALE DEL COMITATO NAZIONALE PRODUTTIVITÀ
Il Rapporto sulla produttività 2025 è il primo report annuale realizzato dal Comitato Nazionale Produttività, istituito presso il CNEL in attuazione della Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 20 settembre 2016 e coordinato dal consigliere Carlo Altomonte. Il Rapporto, in linea con gli standard europei, riassume le dinamiche generali della produttività nazionale, ponendola a confronto con gli altri Paesi dell’UE.
IN ITALIA CRESCITA DELLA PRODUTTIVITÀ PIÙ DEBOLE RISPETTO AI PRINCIPALI PARTNER EUROPEI
Dalla metà degli anni Novanta l’Italia ha iniziato ad accumulare un ritardo nella crescita della produttività, mostrando una dinamica più debole rispetto ai principali partner europei: nel periodo 1995-2024, vale a dire gli ultimi tre decenni, l’incremento medio annuo si è attestato attorno allo 0,2%, a fronte dell’1,2% registrato nell’UE27 (1,0% in Germania, 0,8% in Francia, 0,6% in Spagna).
PARZIALE RECUPERO NEL 2009-2014, POI PRODUTTIVITÀ RIMANE STAZIONARIA
Nel primo quinquennio post-crisi finanziaria (2009-2014) la produttività ha segnato in Italia un parziale recupero (+0,6%), dovuto principalmente al forte processo di selezione che ha caratterizzato il comparto industriale italiano, alla ristrutturazione del settore bancario, alle riforme del mercato del lavoro e all’introduzione di incentivi all’innovazione, fattori che hanno premiato le imprese più efficienti, favorendo una riallocazione dei lavoratori e dunque una più sostenuta crescita della produttività aggregata. Nel quinquennio 2014-2019 la crescita della produttività italiana si è invece fermata a un +0,1% e così anche nel quinquennio successivo.
IN SETTORE PRIVATO NON AGRICOLO, AL NETTO DI SERVIZI FINANZIARI E IMMOBILIARI, PRODUTTIVITÀ A +1,6% NEL 2019-24
Anche nel periodo più recente (2019-2024), che comprende la crisi pandemica e poi il recupero dei livelli di PIL, la produttività è rimasta in Italia sostanzialmente ferma nel suo complesso. Tuttavia, se consideriamo il settore privato non agricolo al netto dei servizi finanziari e immobiliari la crescita della produttività è stata pari all’1,6% nel quinquennio, trainata dalle costruzioni e dai servizi privati, in particolare nel commercio e nei servizi ad alta intensità di conoscenza.
CRESCITA OCCUPAZIONE MA INATTIVITÀ A BASSO VALORE AGGIUNTO
L’ultimo quinquennio (2019-2024) si è caratterizzato per il buon andamento dell’occupazione (+4,4%), la cui dinamica è rimasta marcata anche negli anni interessati dallo shock energetico: tra il 2022 e il 2024 l’occupazione è aumentata a un tasso quasi doppio rispetto alla media UE, trainata dall’espansione in alcuni settori ad alta intensità di lavoro ma anche a produttività media più bassa, come costruzioni, ristorazione, sanità e assistenza. Favorita da una dinamica salariale contenuta, l’occupazione è quindi cresciuta, ma prevalentemente in attività a basso valore aggiunto.
IMPRESE HANNO PREFERITO ESPANDERE FATTORE LAVORO PIÙ CHE INVESTIRE IN BENI CAPITALI
In Italia il costo d’uso del capitale è progressivamente aumentato. Ne risulta che le imprese negli ultimi anni hanno preferito espandere il fattore lavoro, relativamente più conveniente, piuttosto che investire in beni capitali, in particolare quelli funzionali ai processi di digitalizzazione. Di conseguenza, è aumentata l’occupazione (+1,6% nel 2024), ma al costo di una riduzione della produttività del lavoro (-0,9% per occupato nello stesso anno). Tale trade off è ampiamente evitabile, in quanto dipende dai settori in cui si genera occupazione e dalle competenze degli occupati.
DIFFICOLTÀ NEL TENERE IL PASSO CON LA FRONTIERA DELL’INNOVAZIONE
L’Italia, in particolare, mostra un significativo divario rispetto alla media europea negli investimenti intangibili, ovvero quelli in beni immateriali, come software, ricerca e sviluppo, capitale organizzativo. Mentre questi ultimi sono cresciuti a un ritmo tre volte superiore rispetto a quelli tangibili per la maggior parte delle economie avanzate dal 2014 ad oggi, in Italia si è avuta una dinamica opposta, evidenziando la difficoltà del nostro Paese nel tenere il passo con la frontiera dell’innovazione. Il tasso medio annuo di crescita degli investimenti intangibili in Italia tra il 2013 e il 2023 è stato inferiore al 2,5%, contro il +4,7% in Francia, +6,1% in Svezia, e +5,8% negli Stati Uniti.
PESA RITARDO STRUTTURALE NELLE COMPETENZE DIGITALI
Oltre alla dotazione di capitale tecnologico, anche il capitale umano è fondamentale per la produttività. Un più alto livello di competenze è associato a una produttività del lavoro più alta: circa il 25% del divario tra la media OECD e i paesi più performanti in termini di produttività del lavoro è spiegata dal diverso livello di competenze. L’Italia soffre di un ritardo strutturale nelle competenze digitali della manodopera: solo il 16% dei lavoratori ha competenze ICT elevate, contro il 30% circa in Germania e Francia; solo il 15% dei laureati lo è in discipline STEM, a fronte di una media europea del 26%. Questo frena l’adozione di tecnologie digitali nel nostro Paese, con ricadute sulla produttività.
IMPORTANTE BUON ALLINEAMENTO TRA COMPETENZE E MANSIONI SVOLTE
A parità di dotazione di competenze, è essenziale anche l’allocazione dei lavoratori nei diversi settori produttivi e nelle diverse imprese: il disallineamento tra competenze dei lavoratori e mansioni sul posto di lavoro (skill mismatch) nei paesi OECD spiega da solo il 12% del divario di produttività con i paesi più performanti. La produttività del lavoro è più alta nei settori con un minore disallineamento, e dove i lavoratori con le più alte competenze sono occupati nelle imprese più grandi e più dinamiche.
CRESCITA OCCUPATI IN ICT NEL MEZZOGIORNO
La ripresa post-pandemica (2019-2023) ha mostrato una crescita del PIL pro capite più dinamica nel Mezzogiorno (+1,5% annuo), trainata dagli investimenti del PNRR e dal settore pubblico. Tuttavia, questi risultati non hanno colmato il divario territoriale con il Centro-Nord, anche in termini di produttività (con una differenza di oltre il 20%). Le regioni meridionali continuano poi a presentare una minore incidenza di occupati nei comparti ad alta tecnologia, fattore che limita le potenzialità di crescita. Ci sono tuttavia dei segnali di spostamento verso questi comparti, ad esempio la crescita degli occupati nell’ICT è stata nel Mezzogiorno pari al 50% negli ultimi anni post-pandemia, più del doppio che nell’Italia nel suo complesso.
BASSA DIMENSIONE AZIENDALE IMPATTA NEGATIVAMENTE SULLA PRODUTTIVITÀ
La produttività è legata alla dimensione aziendale, a sua volta correlata con tre fattori chiave: propensione all’export, digitalizzazione e innovazione. Le grandi imprese sono oltre il 70% più produttive delle medie e nei servizi ICT il divario è ancora più marcato, a testimonianza della complementarità tra scala e capitale intangibile. Ma in Italia il 94,7% delle imprese ha meno di 10 addetti, una quota molto superiore a Germania o Francia. Questa forte presenza di microimprese frena la produttività aggregata.
EXPORT, DIGITALIZZAZIONE E INNOVAZIONE IMPRESE SONO I FATTORI DETERMINANTI DELLA PRODUTTIVITÀ
Oltre alla dimensione aziendale, anche export, digitalizzazione e innovazione sono fattori determinanti della produttività, spesso interconnessi. Le imprese esportatrici mostrano un premio di produttività significativo, che cresce con la dimensione e in particolar modo nei settori a media-alta tecnologia. Anche l’adozione di tecnologie digitali è associata a un premio di produttività, stimabile in circa il 15-30%. La digitalizzazione amplifica i vantaggi delle imprese più grandi, che integrano meglio le tecnologie. L’innovazione è un altro fattore decisivo: le imprese innovative presentano in media una produttività superiore del 20%. Politiche pubbliche mirate a rafforzare questi fattori, combinate a una semplificazione normativa e a incentivi finanziari e fiscali che favoriscano la crescita dimensionale, sono essenziali per sostenere la produttività e la competitività del sistema economico.
SERVE PIANO D’AZIONE PER IMPEGNI FISSATI CON PIANO STRUTTURALE DI BILANCIO
Il Rapporto identifica una serie di raccomandazioni di politica economica, in tre principali ambiti: competenze e investimenti; struttura del sistema produttivo; divari territoriali. In tema di competenze e investimenti, un punto di partenza è rappresentato dagli impegni del Governo con la Commissione Europea indicati nel Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine 2025-2029 (PSBMT). Questi impegni andrebbero progressivamente articolati in un disegno preciso di obiettivi e traguardi che si articolino, sia sul fronte delle misure di sostegno alle imprese che in tema di formazione, in un piano d’azione coerente e misurabile con un monitoraggio temporale da qui al 2029.
POTENZIARE R&S, FORMAZIONE E ITS
In particolare, al fine di sostenere l’economia della conoscenza dovrebbe essere: potenziato il credito d’imposta in R&S per investimenti in tecnologie digitali e capitale intangibile; creato un credito d’imposta per attività di formazione 4.0, con particolare riferimento a competenze certificate nei settori chiave ad alto potenziale di produttività; resa operativa la riforma della filiera formativa tecnologico-professionale, potenziando gli ITS e il raccordo con i corsi STEM universitari.
INTERVENIRE SU STRUTTURA PRODUTTIVA E DIMENSIONE D’IMPRESA
Per quanto attiene agli snodi critici legati al funzionamento della struttura produttiva e alla dimensione d’impresa, è importante l’impegno del Governo, contenuto nel PSBMT, ad una legge quadro sulla Piccola e Media Impresa entro il 2026. Il Rapporto evidenzia una serie di elementi chiave che dovrebbero informare i provvedimenti legislativi in corso di definizione: finalizzare l’obiettivo PNRR di semplificazione e digitalizzazione di 600 procedure entro il 2026; potenziare i programmi di sostengo alla managerializzazione e all’internazionalizzazione delle imprese; riformare la fiscalità relativa alle successioni e alla trasmissione delle quote di proprietà famigliare; rimodulare la normativa per razionalizzare le diverse soglie dimensionali di impresa previste da obblighi normativi e contributivi.
RIDURRE DIVARI SU BASE TERRITORIALE
Un’altra area di raccomandazioni indicate nel Rapporto attiene alla riduzione degli importanti divari di produttività su base territoriale. È importante monitorare in maniera sistematica i risultati dell’attuazione degli strumenti a sostegno degli investimenti della ZES unica nel Mezzogiorno. Inoltre, vanno potenziate le reti di innovazione previste sul territorio. È poi opportuno continuare a investire nella capacità attuativa della PA, confermando la centralità delle funzioni di valutazione e monitoraggio dell’impatto delle misure, anche attraverso meccanismi di premialità e penalizzazione per ritardi o inadempienze.
OCCORRE APPROCCIO SISTEMICO E COORDINATO AI DIVERSI LIVELLI DI GOVERNO
La stagnazione della produttività italiana deriva da un mix di ritardi sistemici su competenze della forza lavoro, capitale intangibile, struttura dimensionale di impresa, accesso a servizi di qualità e alle infrastrutture, condizionato a non risolti divari territoriali. Il Rapporto offre raccomandazioni in termini di: investimento in competenze, capitale intangibile e tecnologie digitali; miglioramento delle condizioni per avviare, gestire e finanziare le imprese orientandole alla crescita dimensionale; riduzione dei divari territoriali, attraverso strategie localizzate e rafforzamento della capacità implementativa delle politiche pubbliche. Non esiste una soluzione miracolosa per rilanciare la produttività nel nostro Paese. È necessario piuttosto un approccio sistemico e coordinato a diversi livelli di governo, che è il requisito per trasformare la produttività in una leva stabile di crescita inclusiva e sostenibile per l’economia italiana.
DA VERIFICARE NEI PROSSIMI ANNI GLI EFFETTI DEL PNRR
In questo primo Rapporto si sono analizzati i principali fattori che, dal confronto internazionale, contribuiscono alla stagnazione della produttività italiana. Questi ultimi sono il risultato di una serie di ritardi strutturali del sistema economico italiano, come la lentezza della giustizia civile, l’inefficienza della pubblica amministrazione, la scarsa concorrenza in alcune attività dei servizi, temi che si è iniziato ad affrontare tramite le azioni finanziate dal PNRR, ma i cui effetti sulla produttività saranno da verificare nei prossimi anni.
COMITATO PRODUTTIVITÀ, UN ORGANISMO RICHIESTO DALL’UE
Il Productivity board italiano è un organismo voluto dall'UE e già costituito in tutti i paesi europei. L'Europa richiede che il Comitato produttività sia affidato a un soggetto terzo e per questo è stato istituito al CNEL, con la Determinazione presidenziale n. 69 del 10 luglio 2024, a seguito delle modifiche apportate al Regolamento degli organi, dell’organizzazione e delle procedure. La prima riunione si è svolta il 16 settembre 2024. Il Comitato svolge attività di analisi, ricerca e valutazione e ha il compito di mantenere i rapporti istituzionali con gli omologhi degli altri Paesi europei. IL RAPPORTO VERRÀ PRESENTATO AL GLOBAL PRODUCTIVITY FORUM DELL’OCSE Il Rapporto annuale sulla produttività sarà presentato presso il Global Productivity Forum dell’OCSE il 16 settembre a Londra, il più importante forum internazionale che promuove la collaborazione tra istituzioni pubbliche nel sostenere e attuare politiche volte a stimolare la produttività.
Per approfondire
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