"LEGGE DI BILANCIO, PIÙ LUCI CHE OMBRE"

20 ottobre 2025

Il presidente del CNEL in un editoriale uscito oggi su La Stampa

di Renato Brunetta 


L’economia italiana sperimenterà la recessione nel 2026? La spessa coltre di incertezza che sovrasta l'intero panorama dell'economia internazionale non permette di escluderlo. Incertezza che è ai massimi dal dopoguerra; secondo l'apposito indice utilizzato dal Fondo monetario internazionale, essa è cinque volte più alta che negli Anni '90 del secolo scorso e il doppio che nel 2020, quando scoppiò la pandemia. Molti rischi la compongono: una brusca frenata dell'economia Usa, dove il mercato del lavoro si è indebolito e la fiducia dei consumatori si è molto ridotta; le conseguenze della guerra commerciale innescata dai dazi imposti dal presidente Trump, guerra che si è nuovamente acuita a causa della disputa con la Cina sulle terre rare; le difficoltà dell'industria automobilistica europea nella transizione alla mobilità elettrica; la crisi francese, che frena la seconda economia dell'Euroarea; e via elencando. Tra questi rischi non c'è, invece, la linea di politica di bilancio del governo Meloni, che ha condotto alla Legge di Bilancio appena varata per l'anno venturo. Una linea che è in continuità con quella del governo Draghi. Pur con inevitabili differenze di contesto. Partiamo da queste ultime, che condizionano decisioni e misure. Il governo Draghi ha dovuto fronteggiare la seconda fase della pandemia e le conseguenze energetiche dell'aggressione della Russia all'Ucraina, ha dato forma e sostanza al Pnrr e ha potuto operare quando le regole di bilancio europee rimanevano sospese. 


Il governo Meloni sta portando a termine con successo il Pnrr, sia sul lato delle riforme sia sull'utilizzo al meglio dei fondi europei; deve però agire dentro i binari del nuovo Patto di stabilità, rispettando gli obiettivi e il sentiero dei negoziati con la Commissione europea. Da qui la prudenza come virtù che ispira il ministro Giorgetti, che gli ha consentito di respingere al mittente molte richieste che sono pervenute dai partiti che compongono la maggioranza. Tra le sfide esterne deve prendere parte al potenziamento del sistema di difesa e sicurezza europeo, emancipato dallo scudo statunitense. La Legge di Bilancio per il 2026 rispecchia questa prudenza e al contempo mette insieme un pacchetto di misure che vanno in direzione di una maggiore equità e di aiuto alla crescita. Dal lato dell'equità c'è sicuramente la riduzione di due punti dell'aliquota Irpef prima al 35%, che allevia la pressione fiscale su una parte rilevante di contribuenti, quelli appartenenti al ceto medio, più colpiti dall'innalzamento della pressione fiscale dovuto all'inflazione (fiscal drag). Come nel recente passato, è una manovra particolarmente attenta al lavoro. Senza cedere alla tentazione di finte scorciatoie (salario minimo legale e intervento sulla rappresentanza), il governo ha inteso contemporaneamente incoraggiare il rinnovo dei contratti collettivi nazionali - che garantiscono la difesa del potere di acquisto - e il contrasto al lavoro povero mediante la tassazione piatta (5%) sugli incrementi tabellari derivanti dai rinnovi contrattuali stipulati nel 2025 e 2026, fino a 28.000 euro (ossia la platea di lavoratori esclusa dallo sconto di aliquota Irpef). 


Una disposizione che potrebbe ottenere il plauso dei corpi intermedi che siedono al Cnel (anche quelli solitamente più scettici) perché orientata nella direzione indicata dal presidente Mattarella il17 ottobre scorso. Se quella descritta è una misura orizzontale, rivolta a tutti (va in questa direzione anche l'incremento della soglia di esenzione fiscale e contributiva dei buoni pasto fino a 10 euro), mirato esplicitamente all'incremento della produttività, tradizionale nodo del nostro mercato del lavoro, è l'abbassamento dell'aliquota sostitutiva sui premi di risultato contrattati (dal 5% all'1%). In grado di incentivare maggiormente il lavoro anche la detassazione del lavoro c.d. "scomodo", organizzato in turni notturni e festivi. C'è anche la maggior spesa nella sanità pubblica, che è un servizio universale a tutela specialmente delle persone meno abbienti. Una parte di questa maggiore spesa è stanziata per aumentare gli stipendi degli operatori sanitari (medici, infermieri) e questo comporta più reddito e più consumi delle loro famiglie. In effetti, i consumi sono stati l'anello debole della crescita negli ultimi due anni e la previsione di un loro aumento dell'1,2% nel 2026 non è facile da realizzare, visti i chiari di luna del quadro generale e considerata la poca crescita dei salari reali. Qui interviene un altro provvedimento per la crescita dei consumi, quello a favore di maggiori aumenti delle retribuzioni, ossia la minore tassazione degli incrementi che le buste paga avranno dai rinnovi contrattuali. In generale, poi, la Legge di Bilancio prosegue nella ricomposizione della spesa dalle uscite correnti agli investimenti, e anche questo sostiene lo sviluppo del Paese, con un maggiore moltiplicatore, perché gli investimenti pubblici mobilitano una più lunga sequenza di spese rispetto a quella di altre uscite pubbliche. Senza contare che accrescono la produttività del sistema e quindi la crescita potenziale. 


In questo quadro, il tema della tassazione dei c.d. "extraprofitti" bancari merita qualche riflessione in più. È vero, come qualcuno ha scritto in questi giorni, che nel lungo periodo una maggiore concorrenza tra istituti di credito può favorire condizioni migliori per imprese e famiglie, ma nel breve periodo non è lo strumento più efficace per redistribuire utili straordinari generati in un contesto eccezionale come quello dell'aumento dei tassi d'interesse. Un contributo volontario, se ben calibrato, può rappresentare un modo per ristabilire equilibrio senza compromettere la solidità del sistema. Va anche ricordato che per anni ci si è lamentati della frammentazione eccessiva del sistema bancario italiano e dell'assenza di banche di dimensioni europee. Si è lavorato a lungo per favorire fusioni e acquisizioni e, ora che abbiamo banche più solide e competitive, non si può rimpiangere la concorrenza perduta: sarebbe come rinnegare scelte - del tutto ragionevoli - compiute negli ultimi anni. È naturale che banche più grandi abbiano utili più elevati. E su quelli, è bene ricordarlo, le banche pagano già proporzionalmente tasse più alte. Il punto, semmai, è come incentivarle a reinvestire questi maggiori utili nell'economia reale. In questa prospettiva, è positivo che il governo abbia trovato nelle banche e nelle assicurazioni interlocutori disponibili e collaborativi per individuare una soluzione equilibrata e non punitiva. È un segnale di maturità del sistema, che riconosce il proprio ruolo strategico nel sostenere la crescita del Paese. Questa collaborazione sarà fondamentale anche nella fase post-Pnrr, quando occorrerà canalizzare risorse private verso gli investimenti produttivi, infrastrutturali e tecnologici di cui l'Italia ha bisogno. Far sedere attorno a un tavolo i principali istituti e concordare con loro un programma condiviso di investimenti - magari utilizzando parte delle garanzie pubbliche ancora disponibili - potrebbe essere la strada più efficace per trasformare la redditività del settore bancario in un motore di sviluppo per l'intera economia. È una manovra espansiva? Non lo è e non lo può essere, proprio perché l'Italia deve azzerare il deficit pubblico. Poteva essere di portata più ampia, pur senza toccare il saldo tra entrate e uscite? Sì, poteva esserlo. Ma quante volte in passato abbiamo avuto manovre lorde molto più ampie che, proprio in quanto di grande stazza, hanno dato il via libera a interventi del Parlamento che ne hanno molto peggiorata la qualità? Infine, la Legge di Bilancio rinvia al 2027 una parte degli investimenti pubblici legati al Pnrr. 


Lo fa per due ragioni: per contenere il deficit, per la copertura dai prestiti europei, e per evitare che nel 2027 ci sia una brusca caduta di quegli stessi investimenti. Il regolamento Pnrr consente l'utilizzo delle risorse stanziate che eccedono i costi di realizzazione previsti per il raggiungimento di traguardi e obiettivi, in quanto non c'è una destinazione specifica dei finanziamenti rispetto ai singoli progetti (il cosiddetto "earmarking"). Inoltre, l'utilizzo di veicoli finanziari per prolungare la vita utile del piano oltre il 2026, anche questo previsto dal regolamento europeo, consente al Paese di superare il "fiscal cliff' che si determinerebbe qualora tutte le risorse del piano si esaurissero il prossimo anno. Se recessione ci sarà, questa non arriverà dunque dalla manovra di bilancio per il 2026, perché essa, anzi, mette fieno in cascina per sostenere la domanda anche per l'anno seguente. Se poi anche l'Europa cambiasse passo, si coinvolgessero da subito gli investitori privati (a partire dalle banche) sul finanziamento dei progetti e si ottimizzasse l'ultimo miglio del Pnrr con finalità anticicliche, ecco che l'enorme incertezza che caratterizza lo scenario geopolitico attuale non sarebbe più un problema.