Il presidente del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro in un articolo uscito oggi su Il Sole 24 Ore a doppia firma con il presidente della Commissione dell'Informazione
La conversione definitiva in legge del decreto 1° maggio ha inevitabilmente portato in primo piano la questione salariale e le misure adottate dal Governo in materia di retribuzione in attuazione dell’articolo 36 della Costituzione. Come ha più volte sottolineato il Ministro del Lavoro, Marina Calderone, il nucleo centrale della riforma è rappresentato dalla scelta di valorizzare la contrattazione collettiva quale strumento per garantire una retribuzione giusta - non solo sufficiente -, adeguata alla quantità e alla qualità del lavoro prestato.
Per imprese, lavoratori, organizzazioni sindacali e operatori del mercato del lavoro, questo è il cuore della nuova disciplina: la risposta italiana alla questione salariale non passa attraverso una tariffa standard fissata per legge, ma risiede nel rafforzamento della contrattazione collettiva e dei sistemi di relazioni industriali.
È una scelta che chiude una lunga stagione di polemiche e divisioni sul salario minimo e inaugura una nuova e delicata fase istituzionale, chiamata a dare concreta attuazione alla promessa del salario giusto. Proprio perché il salario giusto rappresenta il cuore del provvedimento, è allora importante soffermarsi su un secondo aspetto della riforma, meno visibile ma destinato, probabilmente, a produrre effetti duraturi nel tempo.
Nessuna politica salariale può, infatti, essere credibile se non è accompagnata dalla possibilità di conoscere, misurare e verificare i trattamenti economici effettivamente applicati nei diversi settori produttivi.
Per molti anni il dibattito italiano sui salari si è sviluppato in una situazione paradossale. Si discuteva di lavoro povero, dumping contrattuale, rappresentanza e adeguatezza delle retribuzioni senza però disporre di una infrastruttura pubblica realmente in grado di osservare il fenomeno nella sua interezza, partendo dai salari contrattuali per arrivare ai salari reali. Ogni istituzione aveva una - sola - tessera del mosaico, ma nessuna aveva quadro completo. Il CNEL custodiva i contratti collettivi. L’INPS raccoglieva i flussi contributivi. Il Ministero del Lavoro riceveva le comunicazioni obbligatorie e i depositi della contrattazione di produttività. L’Ispettorato svolgeva l’attività di vigilanza. L’ISTAT monitorava i salari dei principali contratti nazionali di settore. Le parti sociali osservavano il fenomeno dai rispettivi punti di vista. Quello che mancava era una visione di insieme e, soprattutto, una sede istituzionale di raccordo, monitoraggio e valutazione.
È precisamente su questo terreno che la legge appena approvata introduce una innovazione, forse non ancora pienamente percepita nella sua valenza istituzionale e di sistema e che, proprio per questo, merita attenzione. La novità non consiste soltanto nell’avere individuato nella contrattazione collettiva qualificata, cioè sottoscritta da attori realmente rappresentativi, il parametro di riferimento per il salario giusto. Decisiva è infatti la costruzione di una vera infrastruttura pubblica della conoscenza delle dinamiche retributive e degli assetti reali della contrattazione collettiva in Italia.
Il codice univoco dei contratti collettivi, l’integrazione delle banche dati pubbliche in materia di lavoro, il monitoraggio sistematico - contratto per contratto - dei salari, il rapporto nazionale sulle retribuzioni che dovrà verificare anche le dinamiche della produttività e del costo della vita, il nuovo archivio amministrativo della contrattazione decentrata, la possibilità di ricostruire il trattamento economico complessivo previsto dai contratti leader sono tutti tasselli di un unico disegno. Presi singolarmente possono apparire adempimenti tecnici di poco fascino o pedanti procedure amministrative. Considerati nel loro insieme delineano, invece, un cambiamento più profondo: la costruzione delle condizioni necessarie per rendere il mercato del lavoro finalmente trasparente, osservabile e più facilmente comprensibile anche in chiave territoriale e di genere.
Si tratta di un passaggio che va ben oltre la materia salariale.
Negli ultimi anni abbiamo imparato che il valore pubblico non nasce soltanto dalle norme, ma anche dalla capacità delle istituzioni di mettere in relazione informazioni che prima erano separate. Lo vediamo nella sicurezza sul lavoro, nella lotta al caporalato, nelle politiche attive, nella prevenzione delle irregolarità e nella disciplina dei contratti pubblici. Lo vediamo oggi anche sul terreno dei salari e della contrattazione collettiva. La questione salariale non può essere affrontata limitandosi a discutere se una determinata paga sia alta o bassa. Occorre comprendere quali contratti vengono realmente applicati, quali trattamenti economici garantiscono nel complesso, quale ruolo svolgono la contrattazione aziendale, il welfare contrattuale, la produttività, la formazione, i sistemi di classificazione professionale e i relativi livelli di inquadramento contrattuale. Occorre soprattutto disporre, secondo una impostazione già presente nella legge “Mattarella” del 1986 sulla regolazione delle attribuzioni del CNEL, di informazioni affidabili e condivise che aiutino l’attività ispettiva e di controllo e facilitino i processi decisionali, tanto a livello politico che sindacale.
Da questo punto di vista la nuova normativa introduce una infrastruttura che non sostituisce il ruolo delle parti sociali e non invade il campo della autonomia collettiva. Al contrario, la rafforza. Perché una buona contrattazione collettiva ha bisogno di trasparenza, conoscenza e soprattutto comparabilità dei diversi assetti normativi e retributivi. Ha bisogno di dati che consentano di distinguere i sistemi contrattuali realmente rappresentativi da quelli costruiti per abbassare artificialmente il costo del lavoro o alimentare sistemi bilaterali fittizi. Ha bisogno di strumenti che rendano leggibili le politiche salariali e le dinamiche della produttività e i loro effetti sui territori, sulle imprese e sulle persone.
La qualità delle politiche pubbliche dipende sempre più dalla qualità delle informazioni disponibili. Vale per la sanità, vale per la scuola, vale per la sicurezza. Vale oggi anche per il lavoro. Il salario giusto resta il fine della riforma, come giustamente evidenziato dal Ministro Calderone. La vera sfida che si apre ora è costruire le condizioni istituzionali che consentano di renderlo conoscibile, verificabile e concretamente esigibile. Perché non può esistere una buona politica salariale senza una adeguata conoscenza della realtà che si intende governare.
In questi giorni non sono mancate le osservazioni secondo cui il rinvio alla contrattazione collettiva lascerebbe alle imprese una eccessiva discrezionalità nella scelta del contratto da applicare. È una questione certamente meritevole di attenzione. Ma proprio per questo il legislatore non si è limitato a richiamare i contratti collettivi comparativamente più rappresentativi. La scelta del contratto collettivo e del relativo trattamento retributivo non è più lasciata al singolo datore di lavoro. Viene inserita dentro una infrastruttura istituzionale di trasparenza, schedatura e comparazione dei trattamenti retributivi, verificabilità in sede ispettiva e in termini di condizionalità all’accesso agli incentivi pubblici che prima non esisteva.
Più contrattazione di qualità, dunque, per il salario giusto, dentro un’architettura istituzionale di trasparenza e controllo.
È questa la vera novità della riforma. Per una nuova stagione di relazioni industriali.
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