BRUNETTA: LE TRANSIZIONI INDUSTRIALI E LA LEZIONE CHE ARRIVA DALL’AUTOMOTIVE

14 agosto 2026

Il presidente del CNEL in un editoriale uscito oggi su Il Sole 24 Ore

di Renato Brunetta, presidente del CNEL

"Un cambiamento profondo percorre le fabbriche italiane ed europee. È un mondo industriale che cambia pelle sotto i nostri occhi, più in fretta di quanto siamo abituati a pensare. Per molti decenni abbiamo considerato i sistemi industriali come realtà relativamente stabili. La sfida principale era aumentare la produttività e sostenere la crescita accompagnando cambiamenti che avvenivano con tempi lunghi e prevedibili. Oggi questo paradigma è saltato. Assistiamo a un processo di trasformazione di tutti i principali settori industriali. Le filiere diventano sempre più permeabili e interconnesse. Anche per le competenze vengono meno i confini di un tempo e quelle accumulate in un ambito trovano sbocchi in settori diversi ma tecnologicamente vicini. Comprendere queste dinamiche è essenziale per non disperdere capitale umano e per governare con efficacia le trasformazioni in corso. È proprio da questa urgenza che nasce un percorso di analisi avviato dal CNEL sulle grandi transizioni industriali. Un percorso che ha come suo punto di partenza – con un approfondimento in uscita con “Il Sole 24 Ore” i primi di settembre – l’automotive, la filiera in cui queste trasformazioni si manifestano oggi con la maggiore intensità.

Anche la natura della globalizzazione si è modificata. Alla ricerca dell’efficienza si affiancano oggi esigenze di resilienza, sicurezza degli approvvigionamenti, controllo delle tecnologie strategiche e riduzione delle dipendenze esterne. La dimensione economica e quella geopolitica risultano sempre più intrecciate: siamo entrati, a tutti gli effetti, nell’era della geoeconomia. Non si tratta soltanto di una crescente competizione tra Stati, ma di un’evoluzione degli strumenti attraverso cui questa competizione si manifesta. La possibilità di sviluppare innovazione, attrarre investimenti, controllare infrastrutture critiche e presidiare tecnologie strategiche rappresenta oggi un elemento fondamentale della forza economica e politica delle nazioni. Per anni l’interdipendenza economica è stata considerata una fonte di stabilità e cooperazione. Oggi, invece, si manifesta anche sotto forma di inedite vulnerabilità.

In questo scenario, la manifattura torna ad assumere una rilevanza che va oltre il suo contributo alla crescita, divenendo una componente essenziale della resilienza dei sistemi produttivi, dell’innovazione e dell’autonomia strategica dei Paesi. L’Europa si trova in una posizione peculiare. Non dispone né della stessa integrazione tra capitale e innovazione tipica degli Stati Uniti, né del modello di pianificazione strategica adottato dalla Cina. Possiede, tuttavia, punti di forza che nessun’altra area economica può vantare: una consolidata tradizione manifatturiera, associata a un grande mercato interno, una base industriale avanzata, un patrimonio scientifico di eccellenza, elevati standard sociali e ambientali. La sfida europea consiste proprio nel costruire una propria via alla competitività, coniugando innovazione, sostenibilità, coesione sociale e autonomia strategica. In gioco vi è la capacità dell’Europa di continuare a svolgere un ruolo da protagonista nell’economia mondiale, preservando al tempo stesso il modello che da sempre la caratterizza.

Torna allora ad assumere un ruolo centrale la politica industriale. Non come ritorno alle esperienze del passato, né come sostituzione del mercato, ma come capacità delle istituzioni di comprendere e accompagnare trasformazioni sempre più rapide e complesse, creando le condizioni affinché imprese, lavoratori e territori possano affrontare il cambiamento senza disperdere competenze, capitale umano e capacità produttive costruite nel tempo. La politica industriale del XXI secolo non si limita a sostenere singoli settori: riguarda la capacità di costruire ecosistemi dell’innovazione, rafforzare le filiere strategiche, favorire l’incontro tra ricerca e impresa, sviluppare competenze adeguate alle nuove tecnologie. Assumono così particolare rilievo alcuni temi trasversali a tutte le principali economie avanzate: la sicurezza energetica, il controllo delle tecnologie critiche, la disponibilità di materie prime strategiche, la capacità di attrarre investimenti, il rafforzamento delle competenze, la costruzione di infrastrutture adeguate. La competitività non può più essere interpretata soltanto come riduzione dei costi di produzione o aumento delle esportazioni: dipende sempre più dalla qualità degli ecosistemi produttivi, dall’energia, dalla ricerca, dalla formazione, dall’innovazione e dalla capacità di governare il cambiamento.

Per questa ragione le transizioni industriali non possono essere considerate una questione che riguarda soltanto le imprese. Esse coinvolgono intere comunità, influenzano le prospettive occupazionali, modificano la geografia economica dei territori e pongono nuove domande alle politiche pubbliche.

Dietro ogni filiera produttiva vi sono competenze, professionalità, percorsi formativi, identità territoriali e comunità costruite nel tempo. Le transizioni possono generare nuove opportunità di crescita, favorire la nascita di nuove attività economiche e l’emergere di nuove competenze. Ma possono anche produrre costi sociali significativi, se non accompagnate da adeguate politiche di formazione, aggiornamento professionale e inclusione. La competitività è direttamente connessa alla capacità di coinvolgere lavoratori, imprese, università, territori e parti sociali nella costruzione del cambiamento. Governare le transizioni significa governare contemporaneamente innovazione, lavoro e coesione sociale: è proprio dall’equilibrio tra queste dimensioni che dipenderà la qualità dello sviluppo economico dei prossimi decenni, in Europa e in Italia.

È da questa consapevolezza che nasce l’idea di costruire un osservatorio permanente sulle grandi transizioni industriali, mettendo a disposizione il CNEL, come casa dei corpi intermedi e luogo di analisi, confronto e proposta. L’obiettivo è mettere in relazione imprese, lavoro, istituzioni, università e territori per comprendere le dinamiche profonde che stanno ridefinendo filiere, competenze e modelli produttivi.

Le grandi trasformazioni che attraversano le nostre economie richiedono, infatti, nuovi strumenti di lettura e la capacità di collegare fenomeni spesso analizzati separatamente: innovazione e lavoro, energia e competitività, tecnologia e sicurezza, sviluppo economico e coesione sociale. Per il CNEL riflettere, osservare e interrogarsi sulle transizioni industriali rientra pienamente nella propria missione istituzionale, perché quel che accade al sistema industriale riguarda non soltanto tecnologie, investimenti e imprese ma riguarda innanzitutto le persone.

Il compito del CNEL è far sì che le transizioni non si traducano in costi sociali, in nuove forme di esclusione e marginalità. Questa attenzione alla dimensione sociale delle trasformazioni rappresenta uno degli elementi distintivi del modello europeo e costituisce una parte essenziale della missione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.

Di qui la decisione di avviare, in collaborazione con “Il Sole 24 Ore”, un percorso di approfondimento dedicato alle grandi transizioni industriali. L’automotive costituisce il momento di avvio di questo itinerario, ma non ne esaurisce la portata. L’analisi sarà progressivamente estesa ad altri comparti strategici. La siderurgia consentirà di affrontare il tema della decarbonizzazione delle industrie di base e del futuro delle produzioni energivore; la chimica permetterà di riflettere sul ruolo delle tecnologie abilitanti, dei nuovi materiali e dell'economia circolare; la farmaceutica e le biotecnologie offriranno l'occasione per approfondire il rapporto tra innovazione, ricerca, sicurezza sanitaria e autonomia strategica; il sistema moda consentirà di analizzare come le filiere del Made in Italy stiano affrontando le sfide della sostenibilità, della digitalizzazione e della competizione globale. A questi si affiancheranno approfondimenti dedicati alle nuove infrastrutture energetiche, alle tecnologie digitali e all'intelligenza artificiale, destinate a modificare trasversalmente l'organizzazione della produzione, del lavoro e dei servizi.

Ogni approfondimento sarà dedicato a uno specifico settore, ma l’obiettivo non sarà descrivere singole filiere in modo isolato. Ciascun comparto rappresenterà piuttosto una diversa prospettiva attraverso cui osservare le grandi trasformazioni che stanno ridefinendo il sistema produttivo: la sicurezza economica, la transizione energetica, l'innovazione tecnologica, la disponibilità di competenze, la resilienza delle catene del valore e il ruolo della politica industriale. È dall'analisi congiunta di queste esperienze che sarà possibile ricostruire una visione d'insieme delle transizioni industriali del nostro tempo.

La scelta di partire dall’automotive non è però casuale. L’industria automobilistica rappresenta uno dei settori nei quali le trasformazioni in corso sono più evidenti.

La stessa competizione internazionale sta ridefinendo questo comparto che è storicamente tra i più importanti della manifattura europea.

L'automotive, tuttavia, non va visto soltanto come una filiera in trasformazione: è soprattutto un laboratorio attraverso cui osservare fenomeni più ampi, dalla riconversione delle competenze industriali all’evoluzione delle catene del valore, dalla capacità dei territori di adattarsi al cambiamento al ruolo della formazione e delle politiche pubbliche nell’accompagnare nuove traiettorie di sviluppo. Analizzare l’automotive vuol dire cercare di capire il modo in cui stanno cambiando le economie avanzate, come le competenze migrano da una filiera all’altra, come si costruiscono nuovi ecosistemi produttivi e come i territori possono valorizzare il proprio patrimonio industriale per generare opportunità di crescita.

L’automotive, quindi, è la prima tappa di una riflessione sulle trasformazioni industriali non solo per il suo peso economico e occupazionale, ma perché al suo interno si concentrano le grandi sfide del nostro tempo: le transizioni in atto, la competizione globale, la sicurezza, l’evoluzione delle competenze, la riconversione delle filiere. Per molti versi, comprendere ciò che sta accadendo nell’automotive significa comprendere ciò che sta accadendo all’intera manifattura europea.

L’ambizione è contribuire a una cultura delle trasformazioni industriali capace di superare la logica dell’emergenza e restituire centralità alla visione strategica. Perché le grandi transizioni non possono essere governate quando sono già compiute: devono essere comprese mentre si sviluppano, quando esistono ancora gli spazi per trasformare i rischi in opportunità e costruire nuove traiettorie di sviluppo, innovazione e lavoro. È una corsa contro il tempo che l’Italia e l’Europa non possono permettersi di perdere: capire il presente è l’unico modo per continuare a scrivere il futuro".