Il presidente del CNEL su Radio Radicale per la rubrica "Rivoluzione in corso"
“Sentiamo parlare ogni giorno di transizione demografica, digitale, energetica, geopolitica. Meno spesso di transizione industriale, il cui banco di prova principale oggi è l'automotive. Eppure, l'industria è il presupposto di tutto il resto: il lavoro, il salario, il welfare rimangono astrazioni se non ci sono le fabbriche, i macchinari, le tecnologie.
I settori, come li conosciamo, hanno un'origine precisa e persino biologica. Nel diciassettesimo secolo Harvey scopre come funziona la circolazione del sangue: il ruolo del cuore, dei polmoni, delle vene; concetti che oggi diamo per acquisiti e a cui, all'epoca, nessuno attribuiva la giusta funzione. Da quell'intuizione il francese Quesnay, nel Tableau économique, ricava il modello di una circolazione economica, ponendo le basi per la prima teorizzazione di comparti come l'agricoltura, la manifattura e i servizi, fino ad arrivare alla tavola delle interdipendenze settoriali di Leontief.
Il focus del CNEL pubblicato ieri con Il Sole 24 Ore ha scelto l'automotive perché il Novecento è stato il secolo dell'automobile e perché i grandi cambiamenti si governano in fieri, non a cose fatte”. Lo ha detto Renato Brunetta, presidente del CNEL, intervistato da Radio Radicale.
Con l’innovazione quel patrimonio di brevetti, materiali, componentistica, elettronica e capitale umano non evapora, ma si sposta. Progettisti, riparatori, costruttori e inventori si stanno dedicando a filiere prossime come l'aerospaziale, che con l'auto condivide la complessità dei materiali e della proprietà intellettuale, le telecomunicazioni, i satelliti, i droni, la sicurezza duale.
I droni non servono solo alla difesa. Basti pensare che oggi consentono di individuare e neutralizzare i piromani, migliorando la vita dei contadini, e di presidiare strade, stadi, porti e aeroporti. Il mercato manda segnali inequivocabili: l'automotive non è un peso, è diventato un bacino generativo di nuove filiere.
Questa è storia italiana prima ancora che europea. Il motore a scoppio lo inventano nel 1854 due toscani, Barsanti e Matteucci, comprimendo una miscela di carburante per far muovere un pistone e una biella. Lungo la via Emilia, dove l'agricoltura estensiva richiedeva trattori e mietitrebbie, tra il primo e il secondo Novecento è cresciuta una generazione di officine e di meccanici capaci di lavorare sui motori e sugli ingranaggi. Da quelle competenze sono nate la motocicletta italiana, la Ferrari, la Lamborghini e, più a nord, la Fiat.
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