Il presidente del CNEL in un editoriale uscito su Il Sole 24 Ore
di Renato Brunetta, presidente del CNEL
"A Padova, nell'anticamera dell'Aula Magna di Palazzo del Bo, c'è la Sala dei Quaranta. Quaranta sono i ritratti appesi alle pareti, e nessuno di quei volti è italiano. Sono studenti arrivati da ventiquattro Paesi, dall'Armenia alla Danimarca, dalla Polonia al Portogallo, per studiare in Italia, tra il Quattrocento e l'Ottocento. C'è William Harvey, che qui imparò l'anatomia prima di descrivere la circolazione del sangue. C'è Michel de l'Hôspital, che sarebbe diventato cancelliere di Francia.
Nella stessa sala è collocata la cattedra di legno dalla quale Galileo Galilei insegnò per diciotto anni, dal 1592 al 1610. Per secoli l'Italia è stata il luogo dove il mondo veniva a formarsi, e non per la sua bellezza. Perché qui accadeva ciò che valeva la pena imparare.
Sergio Marchionne raccontava l'esatto opposto. Nei suoi viaggi incontrava investitori di ogni parte del mondo che gli dicevano di amare l'Italia, di conoscerla, di passarci le vacanze. Poi, quando arrivava il momento di scommettere sul nostro Paese con i propri capitali, si fermavano. L'Italia piaceva come luogo da vivere; molto meno come luogo in cui investire.
Tra la Sala dei Quaranta e l’aneddoto di Marchionne si condensa l'intera questione italiana di oggi: un Paese che per secoli è stato calamita, e che rischia di ridursi a una cartolina. È da qui che conviene partire, perché l'attrattività è una cosa sola e riguarda insieme i capitali e le persone.
Cominciamo dai capitali. C'è una potenza economica che possiede una delle più grandi riserve di risparmio privato del pianeta e che, paradossalmente, ne indirizza una parte significativa verso le economie concorrenti. Sembra un controsenso da manuale. È l'Europa di oggi.
Ogni anno circa 300 miliardi di euro del risparmio delle famiglie europee vengono investiti fuori dai nostri confini, soprattutto negli Stati Uniti, dove sostengono il debito federale e le valutazioni di Wall Street. Il frutto del lavoro di generazioni costruisce la forza degli altri, mentre le priorità del continente restano a corto di capitali.
È l'atteggiamento di un continente sprecone. Chi non investe sui propri capitali finisce per non investire nemmeno sulle proprie persone.
Le famiglie europee detengono circa 33 mila miliardi di euro di risparmio privato. Diecimila miliardi giacciono in depositi bancari a rendimento pressoché nullo. Nel frattempo, il rapporto Draghi ci ha detto che per restare competitivi servono dai 750 agli 800 miliardi di investimenti aggiuntivi l'anno, in tecnologia, energia, difesa. Le risorse per farcela, dunque, le abbiamo già. Semplicemente le prestiamo agli altri.
Qualcosa, finalmente, si muove. La Commissione ha varato la strategia per l'Unione del risparmio e degli investimenti, che punta a trasformare il risparmiatore europeo da spettatore in protagonista. Conti di risparmio e investimento con incentivi fiscali, un prodotto pensionistico paneuropeo più attraente, una vigilanza unica sui mercati dei capitali.
È la strada per completare, dopo trent'anni di rinvii, il mercato unico dei capitali. Con lo strumento SAFE - Security Action for Europe l'Unione ha allocato 150 miliardi di prestiti quarantacinquennali per la difesa comune. Con InvestAI mobilita 200 miliardi per l'intelligenza artificiale europea e le sue gigafactory. Per la prima volta dai tempi del Next Generation EU l'Europa torna a usare la propria forza finanziaria comune per costruire capacità, tecnologia, sicurezza. Sono i primi mattoni. Vanno moltiplicati, e in fretta.
E insieme, piedi per terra. Oltre Atlantico le quotazioni legate all'intelligenza artificiale corrono più veloci degli utili, una manciata di titoli tecnologici vale ormai oltre un terzo dell'intero listino americano. La storia insegna come finiscono le euforie.
Perché attrarre investimenti significa attrarre persone. Il capitale umano segue il capitale. Un'Europa che investe è un'Europa dove i talenti del mondo vogliono venire a studiare, a fare ricerca, a fare impresa.
L'attrattività, prima che una politica, è una postura. L'Europa deve credere in sé stessa.
L'Italia arriva a questo autunno da una posizione di forza che da tempo le mancava. L'industria tiene, l'export segna livelli elevati, la Borsa corre, i profitti delle banche sono ai massimi. I dazi, che secondo molti avrebbero dovuto travolgerci, sono stati assorbiti meglio di ogni previsione.
Proprio per questo è finito il tempo degli alibi. Perché c'è un solo bilancio su cui continuiamo a perdere, ed è il più importante di tutti, quello dei giovani. Un Paese forte che lascia andare i propri figli migliori è un paradosso che dobbiamo assolutamente superare. E oggi, per la prima volta, sappiamo da dove cominciare, perché ce lo hanno indicato loro.
Il Rapporto del CNEL “Giovani Expat. Come farli tornare”, che illustrerò oggi a Cernobbio, al Forum TEHA, nasce da una scelta precisa, quella dell'ascolto. Per la prima volta un'istituzione di rilievo costituzionale si è rivolta direttamente ai giovani italiani che hanno lasciato il Paese, chiedendo loro perché sono partiti e a quali condizioni potrebbero tornare. Oltre 2.500 ragazze e ragazzi hanno risposto. Le loro parole sono il cuore del lavoro, e l'apparato statistico serve a dare a quelle parole il peso che spetta loro nelle scelte dei decisori, istituzionali e d'impresa.
Bastano pochi numeri. La “glaciazione demografica” ha ridotto i giovani tra i 18 e i 34 anni dai 15,2 milioni del 1994 ai 10,4 di oggi. Su questa base fragile pesa la nuova emigrazione, che dal 2011 ci è costata 441 mila giovani, di cui oltre quattro su dieci laureati. Con i Paesi avanzati il saldo è di nove giovani che partono per ognuno che arriva. Il capitale umano uscito dal Paese tra il 2011 e il 2024 vale 159,5 miliardi, sedici l'anno soltanto nell'ultimo triennio.
Quando poi il capitale umano arriva da fuori, spesso lo sottoutilizziamo, ed è il fenomeno del brain waste, l'ingegnere formatosi altrove che in Italia finisce a fare tutt'altro mestiere. Un Paese che esporta laureati, ne attrae pochi e sperpera quelli che accoglie è, lo dico con una formula volutamente ruvida, un “Paese sprecone”.
Il messaggio è di una chiarezza disarmante, e va consegnato senza edulcorarlo al mondo delle imprese.
Le tre ragioni che mettono in cima alla scelta di partire, il livello delle retribuzioni, una cultura del lavoro percepita come arretrata e la scarsa valorizzazione delle competenze, chiamano tutte in causa la governance aziendale prima che i ministeri. Due su tre pongono la meritocrazia tra le condizioni del ritorno e denunciano un sistema in cui troppo spesso l'anzianità conta più della capacità, l'amicizia più del sapere, i legami familiari più delle competenze. Le giovani donne aggiungono il capitolo più severo, con una su dieci che dichiara che non tornerebbe a nessuna condizione, il doppio dei coetanei maschi, perché all'estero ha trovato la parità che il lavoro italiano ancora le nega.
È all'ingresso nel mondo del lavoro che l'Italia si distingue in negativo dagli altri Paesi avanzati, ed è lì che va aggredito il problema. Gli incentivi al rientro sono giudicati utili, ma come compensazione del rischio di tornare, mai come sostituti delle riforme.
Che l'Italia sappia costruire sistemi capaci di riconoscere e valorizzare il merito, del resto, è dimostrato. Quest'estate, in due settimane, gli azzurri hanno vinto sessantacinque medaglie tra gli Europei di atletica di Birmingham e quelli degli sport acquatici di Parigi. Ma dietro quei risultati non ci sono soltanto i campioni: c'è una piramide larghissima, fatta di decine di migliaia di società dilettantistiche, milioni di tesserati e una fitta rete di corpi intermedi che si autogovernano.
La differenza però è un'altra, e riguarda da vicino i giovani expat. Nello sport esiste il cronometro. La misura è oggettiva, non si negozia. Da quella misura discende subito una conseguenza, la convocazione o l'esclusione, e la conseguenza è reversibile, perché chi resta fuori sa esattamente che cosa deve fare per rientrare. Un ragazzo di diciotto anni che nuota forte va agli Europei alla sua età. Nessuno gli chiede di fare la gavetta.
Nel resto del Paese, tra il momento in cui una persona dimostra di valere e il momento in cui viene riconosciuta passano dieci o quindici anni. Vale nelle università, nelle amministrazioni, in gran parte delle imprese. Chi parte per Londra, New York o Singapore non compra soltanto uno stipendio più alto, compra una distanza più corta tra la prestazione e la sua conseguenza.
I nostri ricercatori, quando arrivano nei laboratori e negli atenei stranieri, si distinguono quasi sempre, e in molti campi sono considerati tra i migliori del mondo. Formiamo eccellenze che altri sistemi sanno attrarre, valorizzare e portare rapidamente ai vertici. In Italia quelle stesse persone, troppo spesso, restano in coda, e il talento che il mondo ci riconosce lo lasciamo fiorire altrove. Anche qui la risposta deve essere europea: uno statuto unico dei ricercatori che superi la frammentazione dei contratti nazionali, con standard comuni su stipendi, mobilità e tutele sociali, per costruire uno spazio europeo della ricerca realmente competitivo, attrattivo e capace di trattenere e attrarre i migliori talenti.
Lo dico con il rispetto dovuto a chi fa impresa in un contesto oggettivamente difficile. Ma proprio perché quel mondo oggi macina risultati di prim'ordine, le sue responsabilità vanno nominate.
Devono essere le imprese ad alzare la propria domanda di istruzione e di competenze, o dev'essere il Paese a restare meno istruito per adeguarsi a una domanda carente? Il cosiddetto rebus della bassa istruzione degli italiani si scioglie guardando alla domanda, prima ancora che all'offerta.
Un sistema produttivo frammentato, composto da una maggioranza di piccole imprese a controllo spesso familiare anche nella gestione, esprime un premio salariale tra i più bassi delle economie avanzate e lascia che il divario retributivo con gli altri Paesi, a parità di potere d'acquisto, continui ad allargarsi, trentasei punti con la Germania, settantuno con la Svizzera.
Da trent'anni ci sentiamo ripetere che i salari sono fermi perché la produttività è ferma, e la constatazione è diventata l'alibi perfetto. È la “trappola della produttività”, e va rovesciata. La produttività si indebolisce ulteriormente anche perché le imprese domandano poco capitale umano qualificato, lo pagano poco, lo valorizzano meno. Così i migliori partono, l'innovazione rallenta, la produttività ristagna ancora, e il sistema resta a competere sui bassi costi, nei segmenti più fragili delle catene globali del valore.
Uscire dalla trappola significa scommettere sul talento come motore della produttività. Trattenere, valorizzare, ascoltare, far tornare. Sono i quattro verbi che questo Rapporto indica agli imprenditori italiani. Il tempo degli sprechi è finito. È cominciato il tempo degli investimenti.
C'è del resto un argomento che dovrebbe convincere anche gli scettici, ed è che rispondere ai giovani expat conviene a tutti. So bene che la parola merito, in Italia, divide: c'è chi la brandisce come una clava e chi la respinge come una maschera del privilegio. I giovani suggeriscono una terza via, il merito come alleato naturale dei più deboli, perché toglie potere alle rendite di posizione e restituisce valore all'unica cosa che ciascuno può costruire da sé, la propria competenza. Le politiche che ne favorirebbero il rientro sono le stesse che migliorano la vita e il lavoro dei giovani rimasti in Italia, anzi di tutti gli italiani.
Alle istituzioni spetta un grande patto nazionale per l'attrattività. La macchina amministrativa, perché nessun talento torna dove un'autorizzazione richiede anni e una carriera pubblica premia l'anzianità prima della competenza. La scuola e l'università, con il diritto allo studio dei “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi” che l'articolo 34 della Costituzione ci offre come promessa da onorare. I salari, con una contrattazione che rimetta al centro competenze e risultati.
Qualcosa si muove. La legge 167 del 2025 ha introdotto nell'ordinamento la Valutazione d'Impatto Generazionale, che il CNEL aveva già adottato per i propri atti, e l'Europa segue con la Strategia sull'equità intergenerazionale e lo youth check nel processo legislativo dell'Unione. Legiferare pensando a chi verrà. E l'ascolto deve diventare metodo permanente, come nella consultazione pubblica della Strategia Giovani con cui il CNEL ha chiamato le organizzazioni giovanili a confrontarsi su pensioni, debito, lavoro, partecipazione. Le nuove generazioni vanno trattate da contraenti a pieno titolo del nuovo patto, chiamate a definire le condizioni dello scambio anziché a subirle.
Dentro questo patto sta anche la gestione dei flussi migratori, che dell'attrattività è l'altra faccia. Un Paese in glaciazione demografica, dove già oggi un giovane su cinque è di origine straniera, ha bisogno di un'immigrazione regolare e programmata, ancorata ai fabbisogni reali del sistema produttivo e costruita con i Paesi di origine, perché la mobilità sia una scelta che arricchisce chi parte e chi accoglie. È la logica del Patto europeo su migrazione e asilo. Ed è, di nuovo, una questione di merito e di rispetto. Attrarre bene e integrare bene sono la stessa politica.
Edmund Phelps, premio Nobel per l'economia e mio compagno di stanza a Tor Vergata, ha insegnato che la prosperità delle nazioni nasce dal dinamismo diffuso, da quel mass flourishing in cui a fiorire sono le persone prima dei bilanci. E guardando all'Italia riconosceva proprio in questa creatività popolare, quella delle botteghe, dei distretti, del made in Italy, il nostro giacimento più profondo.
Torniamo allora alla Sala dei Quaranta, e a quello che quei ritratti dicono. Bologna nel 1088, la più antica università dell'Occidente. Il quattordicenne Mozart che nel 1770 percorre l'Italia per formarsi e viene accolto tra i membri dell'Accademia Filarmonica di Bologna dopo un esame. Goethe e generazioni di viaggiatori del Grand Tour.
Il nuovo Rinascimento di cui abbiamo bisogno è questo, un Paese che torna a essere il luogo dove il talento viene a formarsi, a lavorare, a fiorire. Con una differenza rispetto alla nostalgia, che il magnete oggi si costruisce con salari adeguati, amministrazioni rapide, carriere improntate al merito, imprese che assumono i migliori perché conviene loro.
I giovani hanno lasciato accesa più di una luce. Quasi due su tre dichiarano che tra cinque anni saranno dove ci saranno le migliori opportunità, quindi anche in Italia, se l'Italia farà sul serio.
A noi spetta trasformare quell'attesa in ritorno, e l'eccellenza che oggi esportiamo a fondo perduto in eccellenza che circola e torna anche a casa. È questo il tempo di farli tornare.
Il talento italiano non manca mai all'appello.
Tocca all'Italia, adesso, meritarselo".
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