DOTTORATI DI RICERCA. BRUNETTA: VALORIZZARE IL TITOLO E ALLEARE IMPRESE E ATENEI

28 ottobre 2026

Il presidente del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro in un articolo uscito oggi su Il Sole 24 Ore a doppia firma con il presidente della Commissione dell'Informazione

di Renato Brunetta e Michele Tiraboschi

I dottorandi di ricerca italiani sono tra i meno pagati d’Europa. A certificarlo è una recente rilevazione di Eurodoc, l’organizzazione europea dei dottorandi e dei giovani ricercatori: in Italia, il compenso annuo lordo di riferimento è di 16.243 euro, contro i 26.400 della Francia, i 36.708 dei Paesi Bassi e i 58.014 della Danimarca. Numeri che meritano attenzione. I dati nascondono, tuttavia, una questione ancora più importante, che rischia di sfuggire nel dibattito pubblico. Non stiamo confrontando soltanto compensi, ma modelli differenti di dottorato e, soprattutto, modi diversi di riconoscere il valore del lavoro scientifico e della ricerca.

In Italia continuiamo a discutere prevalentemente di borse di studio, del loro importo e delle risorse pubbliche necessarie per finanziarle. In molti altri Paesi europei si discute, invece, di salari, contratti di lavoro, previdenza, progressioni retributive e carriere professionali.

In Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Svezia e in altri Paesi europei, il dottorando è generalmente riconosciuto come un lavoratore, spesso tutelato dalla contrattazione collettiva. In Italia, invece, è ancora prevalentemente considerato uno studente, un semplice titolare di borsa di studio, pur essendo impegnato in complesse attività di ricerca che contribuiscono alla produzione di nuova conoscenza.

La differenza, dunque, non è formale. Un conto è ricevere un sostegno economico per portare a termine un percorso di formazione; altro è essere riconosciuti come lavoratori della ricerca, con diritti, obblighi, tutele e prospettive professionali concrete.

Naturalmente, una borsa di studio e uno stipendio non sono direttamente comparabili, anche per le differenze fiscali e previdenziali e le mensilità del compenso. Ma è proprio questa diversità di status che rende interessante il confronto europeo. Il problema, dunque, non si risolve semplicemente aumentando gli importi delle borse studio, misura peraltro necessaria per garantire condizioni dignitose e rendere accessibile il dottorato anche a chi non dispone di sostegni familiari. Occorre, piuttosto, chiedersi quale funzione attribuiamo al dottorato nel nostro sistema economico e sociale.

Nella tradizione italiana, il dottorato è stato a lungo concepito come l’ultimo segmento della formazione universitaria e il primo passo verso una possibile carriera accademica. Quando questa prospettiva non si realizza, si invoca - al più - una maggiore occupabilità dei dottori di ricerca, attraverso incentivi economici per il loro inserimento nelle imprese. È una impostazione che, pur rispondendo a esigenze reali, continua a considerare il mondo produttivo prevalentemente come approdo finale di competenze formate altrove, quasi fosse un piano B per chi fa ricerca. Eppure, le imprese non sono semplicemente utilizzatrici delle conoscenze prodotte nelle università: sono esse stesse luoghi di ricerca, apprendimento, sperimentazione e innovazione.

La conoscenza, infatti, non nasce sempre nei laboratori universitari per esser poi trasferita al sistema produttivo.  Sempre più spesso nasce dalla interazione tra competenze scientifiche, problemi tecnologici, processi organizzativi ed esperienze di lavoro.

È in questa prospettiva che i dottorati industriali possono assumere un significato strategico. Non semplici borse finanziate da una impresa, né internship aziendali destinati ad agevolare l’occupazione dei giovani ricercatori, ma percorsi nei quali università e imprese concorrono alla progettazione e alla realizzazione della ricerca, condividendo problemi, competenze, responsabilità e risultati.

La legislazione italiana conosce da tempo questi strumenti. Ai dottorati industriali si affianca l’apprendistato di alta formazione e ricerca, che consente di integrare il percorso scientifico con un vero rapporto di lavoro. Le difficoltà non possono, quindi, essere ricondotte soltanto alla assenza di strumenti normativi o alla scarsità degli incentivi economici. Riguardano anche la capacità delle istituzioni universitarie e delle imprese di progettare insieme, i criteri di selezione dei ricercatori, l’organizzazione dei percorsi formativi e il riconoscimento contrattuale delle professionalità scientifiche.

Su questo terreno emerge una responsabilità anche delle relazioni industriali. Se la ricerca fosse una componente essenziale dei processi produttivi, i contratti collettivi dovrebbero contribuire a riconoscere e valorizzare le professionalità che operano tra ricerca, progettazione, sviluppo tecnologico e innovazione organizzativa. Non soltanto attraverso trattamenti economici adeguati, ma anche mediante sistemi di inquadramento, percorsi di crescita professionale e strumenti capaci di favorire la circolazione delle competenze.

È il tema, ancora poco esplorato, della costruzione di un vero e proprio mercato del lavoro della ricerca, nel quale università, enti scientifici e imprese non rappresentino mondi separati, collegati occasionalmente da convenzioni o finanziamenti, ma componenti di un sistema capace di riconoscere e valorizzare il lavoro scientifico nei differenti contesti organizzativi.

Non significa trasformare tutti i dottorati in dottorati industriali, né subordinare la libertà della ricerca alle esigenze immediate delle imprese.

La ricerca di base svolge una funzione insostituibile e deve continuare a essere sostenuta da adeguati finanziamenti pubblici. Significa, piuttosto, superare una visione che considera l’accademia come l’unico sbocco naturale per le professionalità scientifiche e il lavoro nelle imprese una destinazione alternativa.

Il dottorato non dovrebbe, pertanto, essere soltanto l’ultimo gradino degli studi universitari, ma anche il primo passo di una professione scientifica, capace di svilupparsi nella ricerca pubblica, come in quella privata. È da qui che occorre ripartire, se vogliamo che gli investimenti nella formazione dei ricercatori si traducano non soltanto in titoli accademici, ma anche in conoscenza, innovazione e maggiore produttività del sistema economico.

Su questo fronte, il CNEL è in prima linea con un percorso istituzionale che si propone di rilanciare, su nuove basi, il dialogo tra università, centri di ricerca e imprese.

  • Cliccare qui per l'analisi di Alessandro Barbano nella puntata odierna di "Stampa e Regime" su Radio Radicale